venerdì 13 marzo 2009

34 anni dopo

"Il 13 marzo 1975, verso le ore 13, Ramelli Sergio residente a Milano in via Amadeo 40, stava appoggiando il motorino poco oltre l'angolo con via Paladini nei pressi della sua abitazione. Veniva aggredito da alcuni giovani armati di chiavi inglesi: il ragazzo, dopo aver tentato disperatamente di difendersi proteggendosi il capo con le mani ed urlando, veniva colpito più volte e lasciato a terra esamine. Alcuni passanti lo soccorrevano e veniva ricoverato al reparto Beretta del policlinico per trauma cranico (più esattamente ampie fratture con affondamento di vasti frammenti), ferita lacero contusa del cuoio capelluto e stato comatoso. Nelle settimane successive alternava a lunghi periodi di incoscienza brevi tratti di lucidità e decedeva il 29 aprile 1975"
(dagli atti del Processo)

giovedì 12 marzo 2009

Analisi

'Fini ha tutti gli elementi per andare al Quirinale. Di fatto si sta contrapponendo a Berlusconi'. Lo ha detto Francesco Cossiga. 'E' il preferito dal centrosinistra per come si è schierato sul caso Englaro, se non si è circonciso, mentalmente lo è, manca solo che si iscriva all'Associazione partigiani...'. Per Cossiga, Berlusconi non salirà sul Colle: è 'una figura di rottura'. Fini invece non potrebbe governare: 'Non ha mai amministrato neanche un condominio di 4 appartamenti'

mercoledì 11 marzo 2009

Un libro da leggere



Il Campo del possibile
Sguardi sulla modernità sociale, politica e culturale
Edizioni Controcorrente
euro 30


Thibault Isabel

L’intuizione fondamentale che percorre Il campo del possibile è che la modernità manifesta uno squilibrio che assume la forma di una turba maniaco-depressiva. Poche epoche hanno conosciuto un disagio umano così profondo quanto l’Occidente contemporaneo. Contrariamente a ciò che pensano gli antimoderni radicali, la modernità ha certo realizzato una serie di progressi, ma ha anche instaurato una rottura decisiva con le ere passate per quanto riguarda la valutazione di sé e del mondo. Il repentino sviluppo delle scienze e della tecnica ha fatto nascere speranze che non potevano essere esaudite. Il senso della misura ha ceduto il passo a slanci di entusiasmo irrealistici che, una volta frustrati, si sono mutati in sconfinata disperazione. Questa condizione coincide con l’estensione di una cultura planetaria sotto l’egida prima degli internazionalismi capitalista e comunista, poi del solo liberalismo apparentemente trionfante.
Oggi è forse giunto il momento di riallacciare i legami con la saggezza antica, secondo la quale il valore di un regime politico non deve essere valutato soltanto in funzione della sua efficacia, ma anche della virtù che si sforza di suscitare nei cittadini. Virtù va qui intesa nel senso classico del termine: un impulso dell’anima, una forza generale del carattere che permette di manifestare generosità, magnanimità e coraggio.

martedì 10 marzo 2009

Mercenari

Da IlFondo :
Oggi mi va proprio di ringraziare apertamente una casa editrice intelligente, la Mursia, un autore di calibro seppur di giovane età, Ippolito Edmondo Ferrario , Luciano Lanna per l’impeccabile prefazione al di cui qui testo, i Mercenari italiani e non…
Sì oggi, schiettamente, voglio dire grazie a tutti coloro su citati per il volume, appunto, Mercenari gli italiani in Congo 1960.
Lettura veloce, agile, curiosa. Stile infallibile e, giornalisticamente parlando, di taglio franco, intimo e diretto. Di più non si può e non si deve chiedere…
Ippolito Edmondo Ferrario è una vera miniera di informazioni a tal riguardo. Scrittore e giornalista del Secolo d’Italia, nato nel 1976, Ferrario è già autore di saggi e romanzi.
Luciano Lanna scrive di lui, partendo dalla rimozione della sindrome deficiente del e sul Mercenario in Congo ed oltre, figura seccante da ricordare nella vulgata storica: «… Adesso c’è anche Ippolito Edmondo Ferrario che quel tabù lo rompe definitivamente, riuscendo a raccontare anche un’altra Africa italiana, quella forse più rimossa e più scomoda e che riguarda l’epopea degli anni Sessanta in cui molti italiani tra i venti e i trent’anni abbandonarono la vita di tutti i giorni per tentare l’avventura nel Continente Nero… Ecco Ferrario ci restituisce adesso i ricordi, i volti, le senzazioni, le memorie e anche qualche nome di questi italiani sconosciuti ai più… Di questa Armata Brancaleone - proprio così la definisce più di qualche reduce - le pagine di Ferrario ripercorrono per la prima volta alcune biografie, ricordando anche qualcuno che in Africa ha lasciato la vita come il coraggioso veneziano Italo Zambon o il Pedersoli… E adesso, anche grazie a Ferrario, questi ragazzi e la loro epoca possono rientrare a pieno titolo nella memoria condivisa di un’Italia che, avviatasi nel ventunesimo secolo, sta finalmente liberandosi di tanti veti e tabù che ne hanno lacerato la tenuta nella seconda metà del Novecento». Ed allora subito a scorticare via dall’immaginario collettivo quella fotografia di stantio stereotipo che vuole il mercenario solo, soltanto e solamente brutto, sudicio, cattivo ed avido. Ed a restituire al «mestiere delle armi» quella sua dignità professionale che ha dovuto sobbarcarsi, in passato, i cosiddetti lavori sporchi di cui non si doveva risciacquar pubblicamente. Con la domanda che ha un sapore di certo rimpianto: «Ma i Mercenari possono ancora esistere e sussistere?».
Il resto lo lascio dire all’autore stesso che ringrazio per la sua piena disponibilità.
Diciamolo subito, Ippolito, a chi saranno devoluti i diritti d’autore di questo tuo libro?
I diritti d’autore verranno devoluti a Popoli Onlus, associazione onlus, appunto, impegnata nell’aiuto concreto quali ospedali da campo ed altro, del popolo Karen perseguitato dalla giunta militare repressiva del governo birmano. Gli appartenenti a Popoli sono persone che rischiano ogni giorno la vita in prima persona e che non hanno certo la notorietà od i riflettori che sono dedicati ad analoghe Onlus come Emergency di Gino Strada. Già solo per questo sono doppiamente meritevoli.
Quanti libri al tuo attivo? E per il futuro?
Ne ho diversi all’attivo anche se alcuni chiamarli libri è un azzardo. Sono ancora un principiante, che, però si è fatto una bella gavetta. Attualmente ho tre volumi in lavorazione: uno sulla musica cosiddetta “alternativa” degli anni 70′, uno sulla guerra d’Algeria (ma non posso dire di più) e poi sto scrivendo un libro in memoria, e sottolineo il concetto “in memoria” di Giancarlo Esposti, militante di Ordine Nero assassinato a Pian del Rascino in un conflitto a fuoco con i carabinieri.
Di quale Africa parli in “Mercenari”? Qual’è la tua Africa? Quale l’Africa Italiana? Congo ma non solo? Quei lontani anni ‘60?
Sarò sincero. La mia Africa è quella che so per sentito dire… non ho l’indole del viaggiatore. Sono un curioso di natura, m’interessano gli avvenimenti “diciamo dimenticati”, soprattutto quando sono volutamente ignorati. Ho cercato di raccontare una piccola parte di storia italiana svoltasi nel Congo degli anni 60, quando diversi ragazzi partirono per l’ex colonia belga inseguendo un sogno, un ideale e diventando per la storia, quella ufficiale, dei semplici mercenari. In quel paese lontano dalla civiltà europea, credo che avvenne qualcosa di speciale e di unico, che è sempre stato raccontato a metà o peggio con faziosità. Il Congo fu, in quel periodo (dopo l’indipendenza e durante la guerra civile), il crocevia di moltissimi combattenti del secondo conflitto mondiale, ex Wermacht, SS, legionari, inglesi ecc. che, non riuscendo ad accettare la nuova Europa, tentarono ivi l’avventura e non solo quella. Si venne a creare, così, un variegato ed interessante mix di umanità europea nel quale ognuno aveva alle spalle una sua storia personale, a volte di carattere straordinario. Pure gli italiani vi arrivarono numerosi. Non solo i ventenni ma anche quei quarantenni che avevano vissuto l’esperienza della RSI. Due generazioni a confronto, dunque, insofferenti all’Italia del boom economico degli anni 60′.
Chi sono i Mercenari? E quale il loro “mestiere delle armi”? Facciamo un gioco di associazioni, se ho ben capito: RSI, Para, Legionari e loro associazioni, Affreux, Mercenari. Cos’altro o meglio chi altro? Quali furono i loro ruoli? “Via il consumismo” ed avanti con l’aiuto….
I mercenari, chiamiamoli così, erano italiani, ragazzi che allora non digerirono l’atteggiamento buonista e codardo del governo italiano che di fronte al massacro degli aviatori italiani di Kindu proseguì nella missione di pace come se nulla fosse accaduto. Ricordiamo che a Kindu furono massacrati, fatti a pezzi e poi mangiati tredici aviatori italiani impegnati nella missione Onu per portare generi di primo soccorso ai civili congolesi. Bene, molti ex paracadutisti che frequentavano le sezioni ANPDI (Associazione Nazionale Paracadutisti d’Italia) di allora, non tollerarono che il governo proseguisse la missione Onu senza batter ciglio. Sentivano il bisogno di giustizia, di vendicare i propri commilitoni uccisi perché inermi. A questo desiderio di giustizia subentrarono altri fattori: il fascino dell’avventura e l’insofferenza per il mito dell’Italia borghese di quegli anni riassumibile nella triade posto di lavoro sicuro, macchina, mutuo per la casa. Questi ragazzi, ribelli nel senso migliore del termine, nel Congo intravidero una possibilità di riscatto e di avventura. Non dimentichiamo, poi, che c’era per loro la possibilità di impugnare le armi e di combattere contro lo spettro del comunismo che anche e già nell’allora Africa dilagava.
Mercenari italiani ma non solo… “Tabù storiografico e censura”. Perché? Ed ancora cosa su tutti quelli, di mercenari, che vennero trucidati e letteralmente mangiati?
Censura e tabù storiografici hanno pesantemente condizionato tutta la faccenda. Il termine mercenario nell’immaginario collettivo già di per sé non suscita immagini positive. Se poi lo associamo in tempi moderni ad un gruppo di italiani, certamente con simpatie neofasciste e pronti a mettersi in gioco in prima persona, ecco che la censura deve, propriamente, intervenire. Così si dimentica il fatto che molti di questi italiani in Congo salvarono, letteralmente, civili, religiose e religiosi, bambini, dai massacri. Si è, purtroppo, preferito additarli come biechi sanguinari alla mercè del migliore offerente. Cosa tra l’altro neppure vera tra i soldati di ventura della vecchia generazione, per intenderci quelli alla Bob Denard. Il fattore politico giocava e giocò sempre un ruolo di primo piano. Si andava a combattere per una parte o per l’altra non solo per i soldi ma sapendo per quale causa ci si batteva. È pur vero, e non lo si può negare, che molti di questi soldati di ventura, idealisti, furono sfruttati dai giochi di potere dalle super potenze. Questo, però, è un altro discorso più vasto e complesso.
“Che faccia ha un mercenario”? Quale la sua psicologia?
Posso essere sincero? Nel corso della mia indagine giornalistica, ho conosciuto persone normali… Persone normali con storie incredibili. Veri e propri “ragazzi di sessant’anni e più” con uno spirito ancora oggi da fare invidia a un ventenne. Questione evidentemente di mentalità. Inquadrarli dal punto di vista psicologico non è semplice. Più che altro per non cadere nella retorica becera da sociologo di provincia. Ripeto, questi “ragazzi” furono dei ribelli e lo sono ancora, seppur in modo diverso da allora. Una particolarità che concedo a voi in quest’intervista: le cene e le serate più divertenti degli ultimi mesi le ho passate proprio con loro. Non ho mai riso così tanto. Anche grazie alla loro capacità di sdrammattizzare e di raccontarsi in modo semplice e con una forte autocritica. Cosa che difficilmente si riscontra in altri ambienti…vedi quelli della Resistenza italiana, dove tutti sono eroi e tutti eredi di grandi imprese.
Esistono ancora i mercenari? O meglio, quali sono quelle cause od elementi che possano permettere la sussistenza del mercenario? Insomma è ancora il tempo dei Mercenari con la “M” maiuscola?
Oggi i mercenari si chiamano Contractors ed operano attraverso agenzie utilizzate da multinazionali e superpotenze. Non voglio dare giudizi affrettati sulle persone che, oggi, fanno questo mestiere. Varrebbe la pena comunque incontrarli e conoscerli (mi sto già muovendo in questo senso) e raccontare anche di loro in un altro saggio per percepire le eventuali differenze o somiglianze. Non sono uno che ama dare giudizi senza conoscere prima i fatti e non mi permetterei mai di scrivere un libro per denigrare un “X” ambiente o “X” persone. Preferisco tenere un atteggiamento costruttivo che non significa, certo e però, santificare o idealizzare cose o persone. Questo sia chiaro. Di certo convengo sulle eventuali attinenze e conseguenti differenze tra i ragazzi mercenari di allora e quelli di oggi.
Bob Denard… e gli altri. Chi erano? E Come hai contattati i “nostri” mercenari?
Bob Denard era un soldato libero, libero di scegliere da che parte stare e combattere anche se indubbiamente operò sempre dalla parte della Francia o comunque con il suo appoggio. È una figura che non si può liquidare in poche righe. Nel mio libro ho affidato il suo ricordo ad una persona che ebbe modo di lavorare con lui. Per contattare i vecchi mercenari mi sono affidato alla bontà e alla fiducia degli amici dell’ANPDI di Milano che hanno creduto nel mio progetto e mi hanno messo in contatto con i reduci del Congo.
Mercenari tra cinematografia, editoria e musica?
Naturalmente l’impatto mediatico dei mercenari, dal cinema ai libri, passando per la musica, è sempre stato forte. Se qualcuno mi dovesse chiedere di parlare dei mercenari del Congo o comunque dell’Africa del secolo scorso attraverso uno di questi filoni e di riassumere il discorso attraverso un film e una canzone suggerirei questo: a livello musicale di ascoltarsi la bellissima canzone “Il mercenario di Lucera” cantata negli anni 60′ da Pino Caruso al Bagaglino di Roma, motivo che riassume perfettamente la filosofia dei vecchi mercenari di cui parlo nel libro. Ed un film per tutti “I quattro dell’oca selvaggia”, una pellicola ben confezionata, con ottimi attori e calzante alla vita mercenaria che ho cercato, in parte, di raccontare.
A conclusione, chi ringrazi per questo tuo lavoro? E a chi lo dedichi?
Ringrazio i mercenari prima di tutto che si sono fidati del sottoscritto ed accordandogli la loro fiducia. Il che non è poco. Si tratta di persone che per quarant’anni non hanno mai cercato i riflettori e che si sono concesse alle mie interviste dopo misurata meditazione. Poi devo ringraziare gli amici dell’ANPDI di Milano, in particolare Mauro Melchionda, sempre pronto e disponibile nei miei confronti. Il libro lo dedico a mia figlia ed ai ragazzi d’oggi. Credo che in questo caos attuale ci sia ancora, seppur sepolto, in qualcuno un sano spirito di “ribellione” che va incanalato nella giusta direzione. Con questo libro racconto come alcuni giovani, seppur di tanti anni fa, diressero la loro esistenza in imprese magari non memorabili, ma certamente da non dimenticare.

lunedì 9 marzo 2009

TRE IDEE per il 5 per mille

Anche quest'anno puoi destinare il 5 per 1000 a favore di:
Casa Pound:COOP. L'ISOLA DELLE TARTARUGHE SOC.codice: 09301381001www.casapound.org

l'Uomo Libero:ASSOCIAZIONE DI INTERVENTO SOCIALE E CULTURALE L'UOMO LIBERO ONLUScodice: 00670160225 www.luomolibero.it

Popoli:COMUNITA' SOLIDARISTA POPOLI - ONLUS codice: 03119750234 www.comunitapopoli.org

Destinare il 5x1000:->
non costa nulla ->
non è alternativo all’8x1000 (destinato alle confessioni religiose) ->
è facilissimo:
è sufficiente compilare la scheda del 5xMille presente in tutti i moduli per la dichiarazione dei redditi (CUD, 730 e Unico).

giovedì 5 marzo 2009

CASA POUND bonifica ambiente

Questa mattina militanti di Casa Pound Roma hanno iniziato l’operazione di bonifica della enorme discarica di via Mastrigli”.
Così inizia la nota di Andrea Antonini, capogruppo de La Destra in XX Municipio e coordinatore regionale di Casa Pound Italia.
“Dal 1983 politici di varie appartenenze interrogano le istituzioni per chiedere conto dello scempio di via Mastrigli; lì uno dei tanti speculatori romani, Callarà, ha pensato bene di edificare un residence suddiviso in tanti piccoli loculi da 10 metri quadrati all’interno dei quali stipare un numero indefinito di extracomunitari che vivono in condizioni disumane e pericolose per sé e per il quartiere”.

Continua Antonini “Che pericolosità ambientale ci sia, lo dimostra il sequestro della magistratura dell’area di parcheggio del residence stesso, edificata su almeno tre strati di rifiuti “da cantiere” lì sotto nascosti; lo dimostrano, soprattutto, i tre morti contati dal residence - di uguale tipologia - costruito dal signor Callarà in via Pieve di Cadore”.
Conclude Antonini “Ebbene, noi pensiamo che il tempo delle interrogazioni sia finito; all’assessore De Lillo comunichiamo che il tempo delle chiacchiere è terminato, la sua sfilata post-elettorale in via Mastrigli è stata compiuta, ora è arrivato il momento di dimostrare da che parte sta, se da quella dei cittadini romani di via Mastrigli o da quella di Callarà.
Se non provvederà lui a ciò che è stato preposto a fare, porteremo periodicamente sotto casa sua un po’ di quei materiali che da anni giacciono davanti al residence-ghetto di via Mastrigli, così che la mattina possa rendersi conto di cosa significhi vivere sopra una discarica”

martedì 3 marzo 2009

FARE VERDE:una riflessione su uno scandalo alimentare

Un primo passo, forse piccolo, ma e' arrivato.
Ci sono voluti quasi quattro anni perche' un giudicie di pace di Giarre prendesse il toro per le corna e constatasse quello che agli occhi di tutti pareva ovvio.
Nell'emergenza scoppiata nel 2005 sul latte all'ITX Tetrapak e Nestle' giocarono un ruolo importante e provocarono danni alla salute.
Come si ricordera', il caso ebbe un'eco mondiale vista l'importanza dei due gruppi coinvolti che dappirma provarono a negare qualunque responsabilita', poi a minimizzare contando sull'effetto tempo, ovvero sullo scorrere dei mesi e degli anni che finisce per far dimenticare ogni vicenda, anche le piu' gravi.
Del resto, per esempio, quasi nessuno ricorda che i piu' grandi scandali alimentari europei e piu' in generale mondiali hanno visto coinvolte alcuni tra i piu' noti nomi dell'industria alimentare e quasi mai piccoli produttori che sono i primi pero' a fare i conti con una legislazione che sembra fatta apposta per penalizzare i piccoli, dietro il paravento di misure burocratiche volte a tutelare solo nominalmente la salute, si pensi per tutti ai casi che hanno riguardato alcuni prodotti tipici alimentari italiani, e avvantagiare la produzione di alimenti su base industriale.
Con tutto quello che ne consegue.Lo scandalo, perche' tale fu, dell'ITX venne preso di petto da Fare Verde che non ha mai creduto troppo alla veste ecologista di cui si ammanta un'azienda come Tetrapak, forse la maggiore azienda al mondo interessata ad evitare il reintegro di qualsiasi forma di vuoto a rendere sui contenitori.
E che anche nella circostanza mostro' reticenze e posizioni degne dei peggiori standard comunicativi.
Sulla Nestle' non c'e' molto da dire se non che forse nella circostanza ha avuto meno responsabilita' che in altre ben piu' drammatiche circostanze.
La battaglia condotta da Fare Verde qualche risultato lo provoco', a partire dalle migliaia di firme raccolte perche' venisse introdotto l'obbligo perche' le confezioni di latte per bambini venissero vendute in altri materiali a minor impatto ambientale e maggiormente sicuri.
E se non altro segnalo' il problema ad una fascia di popolazione che sino ad allora aveva, ignara, riempito i propri frigo di ogni ben di Dio con confezioni rigorosamente in Tetrapak.
La decisione del giudice di Giarre non sappiamo se produrra' effetti a catene e soprattutto immaginiamo che possa venire ribaltata in altri gradi di giudizio - Fare Verde c'e' passata con la vicenda dei bastoncini cotonati anni fa, come forse qualcuno ricordera' - ma rimane un piccolo segnale di civilta' e di giustizia di cui, di fronte allo strapotere di certe lobbies c'e' tanto bisogno.

Lettori fissi